Ricordando Marco Margnelli, fondatore della SISSC

Marco MargnelliObiettivo di questa lunga intervista, realizzata molti anni fa in tre puntate e riproposta in integrale qui di seguito, è quello di offrire una panoramica sintetica sui modelli degli stati di coscienza da parte di quel grande esperto, studioso, ricercatore e amico che era Marco Margnelli (1939-2005), prematuramente mancato nel febbraio di 16 anni fa.

Neurofisiologo e psicoterapeuta milanese, Marco Margnelli era anche ricercatore presso il Cnr, il Karl Ludwig Institut fur physiologie dell’Università di Lipsia e l’Università del North Carolina, nonché fondatore e presidente iniziale della Società Italiana per lo Studio degli Stati di Coscienza (SISSC), al cui trentennale è stata dedicata un’apposita sezione nel corso degli Stati Generali della Psichedelia 2020.

Questa ripubblicazione vuole essere innanzitutto un tributo alla memoria di Marco, nell’imminente anniversario della sua scomparsa. Ed è anche l’occasione per una riflessione sulla sua interessante ricerca in cui parla di modelli, cartografie, ipnosi, sogni lucidi e altro ancora. Purtroppo mi è mancata l’opportunità di ascoltare Marco in quella che già qui preannunciava essere la sua sintesi finale sugli stati non ordinari di coscienza, relativa alla “Chiara Luce del Vuoto”. Non c’è stato tempo per  “parlarne un’altra volta”, mi spiace molto….

Il testo qui di seguito raccoglie le tre interviste pubblicate sui numeri 3 (dicembre 1998), 4 (aprile 1999) e 7 (giugno 2000) del Bollettino annuale della SISSC, nella serie curata da me in quegli anni.

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INTERVISTA A MARCO MARGNELLI

Mario: Quando è nato il tuo interesse per gli stati di coscienza?
Marco: Per quanto curioso possa sembrare, ho un ricordo molto preciso sulla nascita di questo interesse. Un giorno stavo facendo delle fotocopie di alcuni testi sull’estasi scritti da teologi e mentre li leggevo qua e là mi colpì il fatto che non veniva mai fatto cenno all’aspetto “scientifico” del fenomeno. Tutt’al più veniva affrontato il problema delle allucinazioni o della possibilità che gli estatici fossero degli schizofrenici, una trattazione abituale in questi scritti che mi ha spesso irritato, sia perché non è possibile restare fermi su un concetto per due secoli, quando il sapere scientifico è contemporaneamente evoluto in modo vertiginoso, sia perché tutti i teologi hanno sotto gli occhi un grande numero di biografie esemplari di mistici-estatici che si sono dimostrati tutto tranne che schizofrenici. Ma quel giorno, mentre facevo le fotocopie, “decisi” che ne avevo abbastanza, che l’estasi era uno stato di coscienza e che sarebbe valsa la pena di dimostrarlo sperimentalmente. Allora avevo circa 35 anni e lavoravo come ricercatore in un istituto (Istituto di Fisiologia dei Centri Nervosi) del Consiglio Nazionale delle Ricerche e perciò avevo dimestichezza con il modo di pensare degli scienziati e con i metodi della ricerca scientifica. Mi scandalizzava che i teologi disquisissero di allucinazioni e di schizofrenia orecchiando le interpretazioni degli psichiatri e rimaneggiando luoghi comuni scientifici di autori che di mistica non ne sapevano nulla. Mi irritava il fatto che i teologi non utilizzassero i fatti concreti e cioè la testistica psicodiagnostica (non si può, oggi, sostenere un sospetto di malattia mentale se non si sono fatti gli opportuni test) oppure il criterio epicritico sulle vite dei presunti allucinati/schizofrenici, e cioè il fatto che molti estatici erano/sono stati grandi imprenditori, acuti scrittori o “politici” formidabili, ciò che molto raramente accade agli ospiti dei manicomi. Ma soprattutto mi irritava l’atteggiamento degli “esperti” dai quali i teologi orecchiavano le loro trattazioni, degli psichiatri o degli psicoanalisti che pontificavano paragoni e confronti tra deliri patologici ed esperienze estatiche, tra menti sane e menti malate senza mai avere visto un estatico da vicino o aver studiato una vera estasi. Di queste idiozie sono strapieni tutti i trattati di psichiatria e ho cercato invano, per anni, qualcuno che non si accodasse passivamente a questi luoghi comuni e avesse deciso di affrontare l’argomento in modo scientifico e non ideologico. Insomma, il mio interesse per gli stati di coscienza è nato dalla rabbia, da una fotocopiatrice e dal fatto che ero un fisiologo e non uno psichiatra.

Mario: Galeotta fu la fotocopiatrice….ma se stavi fotocopiando materiali sull’estasi vuoi dire che te ne stavi già occupando.

Marco: Hai ragione. Qualche anno prima, ero stato in India. C’ero andato per il Congresso Mondiale di Scienze Fisiologiche e cioè per motivi professionali, ma in realtà volevo anche incontrare qualche yogi di grande livello che mi mostrasse i “prodigi” fisiologici che, si diceva, sono capaci di realizzare queste persone: controllo dei battiti cardiaci, aspirazione attraverso l’ano di un catino d’acqua, aumento rapido e spettacolare della temperatura del corpo, capacità di ridurre il metabolismo come gli animali in ibernazione, controllo del dolore, e così via. Dopo il Congresso, girai per un po’ a caso finché mi imbattei nel personaggio che cercavo. Era un giovane sui trent’anni, allegro e gentile, che mi fece vedere parte dei prodigi e che mi spiegò che non si trattava di miracoli ma solo del frutto di una ferrea disciplina di autocontrollo, il risultato di esercizi che vanno praticati con costanza per anni. Mi disse che con lo yoga si può arrivare a controllare tutto, corpo e mente ma che i veri prodigi si hanno quando si acquista il controllo del cervello. Era curioso di sapere perché fossi andato in India e quando gli confessai il mio vero scopo mi canzonò con grande divertimento, incapace di credere che avessi speso tanti soldi per cercare cose che avrei benissimo potuto cercare (e trovare) nel mio Paese. Gli spiegai che in Italia i monaci non usano praticare esercizi di autocontrollo, che la religione cristiana insegna a ignorare il corpo e prescrive obbiettivi spirituali molto diversi da quelli dell’induismo. Mi rispose che non avevo cercato bene, che la disciplina e l’autocontrollo sono solo dei mezzi per arrivare ad altro e che l’argomento più importante da studiare era l’estasi, la vera chiave dei cambiamenti, la porta sul mistero e sull’altrove assoluto. Fu molto convincente, tanto che, tornato in Italia cominciai a studiare l’estasi. Cominciai a leggere storie di santi, biografìe di estatici, trattati di teologia mistica, testimonianze, processi di canonizzazione e, ahimè, anche i manuali di psichiatria, i saggi degli psicologi della religione e i pochi lavori di ricerca pubblicati negli ultimi cent’anni. L’estasi emergeva potente, concreta, importante, ma tutti ne raccontavano solo dei pozzetti, frammenti sparsi che assomigliavano ad altro e non spiegavano nulla. L’estasi non aveva un’identità ben definita e proprio per questo tutti si sentivano autorizzati a paragonarla alle cose più assurde. Ai deliri schizofrenici, all’aura epilettica, all’orgasmo, alle crisi isteriche, alla trance ipnotica, al sogno, all’effetto di droghe, e così via – In realtà, tutti utilizzavano il paradigma psichiatrico e il modello di riferimento era la patologia. In estasi, palesemente, succedono cose diverse da quelle che caratterizzano lo stato di veglia e perciò non può essere altro che devianza, anomalia se non vera e propria malattia.

Mario: Lavoravi per il CNR: vuoi dire che nel tuo Istituto si studiava l’estasi?
Marco: Assolutamente No. Il mio era un hobby. Di giorno ero un fisiologo ortodosso, mi occupavo di vie di senso, della sostanza reticolare del tronco dell’encefalo, di talamo, di elettroencefalografia. Di notte studiavo la fisiologia del misticismo. All’inizio della carriera mi ero anche occupato di fisiologia del sonno, cioè di stati di coscienza e ho imparato cose che mi servono (moltissimo) ancora adesso. Anzi, la fisiologia del sonno era forse all’origine della mia convinzione che l’estasi non fosse patologia, ma solo un modo differente di funzionamento del cervello. Il sonno, infatti, è proprio questo, uno stato nel quale alcune parti del sistema nervoso centrale, diverse da quelle che strutturano lo stato di veglia, assumono il comando e le altre si subordinano ad esse, secondo una gerarchia e un’armonia del tutto peculiari.

Mario: Ma i tuoi colleghi cosa ne pensavano?
Marco: Mi guardavano strano. Per loro ero uno scienziato bambino. Un credulone che si faceva ancora affascinare dalle favole. Era un giudizio che mi pesava molto. Ancora adesso, quando vedo in televisione Carlo Rubbia o la Levi Montalcini mi chiedo se loro sono stati mai bambini. Non so come abbia fatto Rubbia a dirigere il CERN di Ginevra, una struttura scientifica mostruosa e contemporaneamente sognare particelle subatomiche. Della Levi Montalcini mi piace la fede in un’idea che ebbe fino dai primi passi. Appena laureata, lavorava a Torino con un embriologo di valore, un altro Levi. Con l’entrata in vigore delle leggi razziali furono cacciati dalla Università e la Montalcini continuò a lavorare a casa sua. Coltivava embrioni di pollo sul comò della camera da letto, studiando l’organogenesi del sistema nervoso centrale, alla caccia dei fattori di crescita che riuscì a isolare anni dopo. Incarna il mio ideale di scienziato romantico, per il quale conta più l’idea che l’opinione degli altri o la cattiveria umana. Però quando pensi controcorrente devi avere uno stomaco di ferro e un fegato d’acciaio.

Mario: Torniamo alle fotocopie. Poco fa, hai detto che alcuni confondevano l’estasi con uno stato simile a quelli che si hanno con le droghe. Vuoi dirmi quanto gli stati di coscienza “chimici” hanno influenzato il tuo concetto di estasi?
Marco: All’inizio, ovviamente, mi sembrava un accostamento ridicolo. Se c’è una categoria di persone che non usa neppure il caffè, è la categoria dei mistici cattolici. Ma poi, con la scoperta delle endorfine, ho dovuto arrendermi all’ipotesi che gli stati modificati di coscienza possano derivare anche da sostanze autoprodotte nel cervello. Oggi si sa che tutte le sostanze psicoattive debbono i loro effetti alla somiglianza chimica che hanno con mediatori sinaptici del tutto fisiologici. E’ una certezza raggiunta proprio studiando i meccanismi d’azione delle droghe, ma non si è potuto andare più in là perché il governo degli Stati Uniti ha vietato su scala mondiale questo tipo di studi già da un paio di decenni. Del resto io non ho una cultura neurochimica sufficiente per valutare a fondo l’argomento, anche se un’idea ce l’avrei. Anni fa ho pensato di iniettare del naloxone durante un’estasi. Non l’ho ancora potuto fare, ma certamente se me ne si presentasse l’occasione lo farei. In alternativa avevo pensato di iniettarlo durante una trance ipnotica nella quale fosse stata indotta un’analgesia suggestiva: qualcuno mi ha preceduto e pare che questo antagonista degli oppiacei (e quindi anche degli oppiacei endogeni) interrompa sia l’analgesia che lo stato di trance, dimostrando che sia nell’una che nell’altra il ruolo delle endorfine potrebbe essere cruciale. In ogni caso, nei rapporti tra estasi mistica e droghe endogene, ho buone ragioni scientifiche per pretendere prove sperimentali concrete, altrimenti si finisce per ricadere nelle somiglianze, nei paragoni e nei modelli parapatologici. Se non altro, finora nessuno ha avanzato l’ipotesi che le allucinazioni oniriche siano dovute a sostanze chimiche particolari e l’opinione corrente è che siano dovute al particolare modo nel quale sono sollecitate le vie visive durante lo stato REM. I mediatori chimici restano gli stessi ma cambia il regista.

Mario: Poco fa hai spesso alluso a “paradigmi”, a “modelli”, a schemi interpretativi. Puoi essere più preciso?
Marco: Il paradigma è l’idea fondamentale attorno cui ruota tutto il pensiero riguardo a un certo argomento. Nel caso degli stati modificati di coscienza, il paradigma potrebbe essere il “Cogito ergo sum” di Cartesio: tutti gli stati nei quali si “cogita” in modo diverso dal “normale” sono “anormali”. Posto che nel caso della coscienza non è ancora stata descritta e definita la normalità, questo paradigma si presta a radicalizzazioni esagerate, nel senso che per alcuni basta molto poco per emettere giudizio di devianza, per altri occorrono sintomi più complessi. Così, per alcuni la trance è patologia, per altri para-fisiologia. Per gli uni gli sciamani sono isterici o nevrotici socialmente accettati, per gli altri sono professionisti di un modo parallelo di pensare, e così via. Oggi si è presa coscienza che manca una descrizione parametrica della coscienza “normale” e che occorrerebbe farlo in fretta. Anche il “modello” è l’idea di fondo con la quale si interpreta una determinata fenomenologia, però in una scala dimensionale minore rispetto al paradigma. Conoscendo i vari ingredienti di una miscela si fa una ipotesi dei loro reciproci rapporti nel dar vita al fenomeno che si vuole spiegare. Nel caso degli stati modificati di coscienza, per esempio, è un “modello” l’ipotesi “sistemica” di Charles Tart. Per questo autore, infatti, i vari stati di coscienza risultano dai rapporti funzionali che in ciascuno di essi si stabiliscono tra un certo numero di ingredienti fondamentali: l’esterocezione, l’enterocezione, la memoria, l’inconscio, il senso di identità, il senso di spazio/tempo, la capacità di valutazione/decisione, l’output motorio, viscerale e ghiandolare. Così, per esempio, l’attività esterocettiva e cioè il collegamento della vista, dell’udito, del tatto e degli altri sensi con l’ambiente può essere più o meno intensa da uno stato di coscienza all’altro. È intensa nella veglia, è quasi nulla nella trance. Gli stati vengono raggiunti con vari metodi, naturali e artificiali, volontari o involontari e rivelano una potenzialità di cambiamento prevedibile e parametrizzabile. Tart addirittura ha proposto delle rappresentazioni grafiche, su assi cartesiani (ancora Cartesio!), dei vari stati di coscienza. Un altro modello è quello di Roland Fischer (1915-1997), ricercatore e psicofarmacologo ungherese, pioniere degli studi al crocevia tra psichedelici, schizofrenia e stati alterati di coscienza. La sua “cartografia degli stati interni” acquisì una certa notorietà ma oggi è in buona parte superata. Io mi sono servito abbondantemente di questo modello e se lo ritengo superato è solo perché mi ha permesso di immergermi nell’argomento e di raggiungere un’autonomia di pensiero che non avrei saputo sviluppare senza partire dalle ipotesi non dimostrate che conteneva.

Mario: In quale misura la tua esperienza personale (se ne hai fatta) degli ASC ti ha aiutato scientificamente?
Marco: Come tanti, ho fatto varie esperienze chimiche. In India, in Messico, in Marocco. Ho una discreta dimestichezza con l’alcol e poiché durante molte di queste esperienze ho fatto musica (ero un suonatore di tromba) mi aveva molto incuriosito il rapporto tra creatività e stati modificati chimici. In questo la “mappa di Fischer” è rigorosamente esatta. A un certo punto la velocità dell’ideazione è talmente alta che l’unica possibilità espressiva è quella musicale. Ogni altro metodo espressivo (per esempio la scrittura) è troppo lento rispetto ai cambiamenti di pensiero, non sono mai stato in estasi, anche se l’ho studiata molto da vicino e con grande passione. Ho fatto una lunga esperienza con lo stato ipnagogico e cioè a rimanere per lungo tempo nello stato di coscienza dell’addormentamento. Questa è un’esperienza entusiasmante, molto piacevole e discretamente misteriosa. E’ uno stato allucinatorio naturale nel quale, si dice, coesistono la coscienza della veglia e quella del sogno e perciò è facile “vedere” “udire” e “sentire” senza che, in realtà, accada nulla. Quando ho cominciato a studiare l’ipnosi, mi sono fatto ipnotizzare e ho sperimentato la trance. Questa è stata un’esperienza molto importante: la condizione della trance merita assolutamente la massima attenzione scientifica. La trance è la “mamma” di molti ASC naturali e dovrebbe essere obbligatorio che chiunque parli di trance o di ASC si sia fatto ipnotizzare. Assai spesso sento degli “esperti” dissertare di ipnosi senza sapere, letteralmente di cosa stanno parlando.

Mario: Ho l’impressione che tu, invece, ne parleresti ancora a lungo, ma torniamo ai “modelli” degli stati di coscienza di cui parlavi l’altra volta. Mi piacerebbe che sviluppassi il concetto e che dicessi cose che possano essere utili ai Soci della SISSC.
Marco: La parola modello è, ovviamente, di derivazione anglosassone e perciò la sua traduzione letterale dall’inglese non può contenere tutte le sfumature che ha nella lingua originale. In campo scientifico un modello è come un puzzle risolto: è la figura finale che emerge dall’accostamento l’una all’altra delle singole tessere e cioè è un costrutto teorico che da un senso a dei frammenti che di per sé vogliono dire poco o nulla. Il metodo scientifico, dovendo dare la spiegazione di un fenomeno, dapprima lo frammenta e lo studia in piccoli pozzetti, in sottofenomeni, poi, quando crede di aver capito come funzionano i sottofenomeni, lo ricostruisce secondo uno schema che spieghi i rapporti dinamico/gerarchici che legano tra loro i singoli frammenti nel realizzare il fenomeno di partenza. Io credo di essermi imbattuto per la prima volta con un modello scientifico al liceo, quando dovetti studiare “il modello dell’atomo” e mi fu presentato il ”modello solare”, quello che descrive un atomo come un mini-sistema solare. Per arrivare a questa ricostruzione, i fisici hanno dovuto studiare i nuclei, gli elettroni. i positroni, i neutroni, e così via, nonché le forze che li tenevano uniti, in equilibrio tra loro. Alla fine uno di loro (non ricordo chi) ricostruì il tutto secondo il “modello solare”. Nel caso degli stati di coscienza un modello del genere è quello di Charles Tart, che viene detto “modello sistemico”. Come ti dicevo l’altra volta, per Tart la coscienza può essere pensata come il “fenomeno” finale dell’interazione ordinata e razionale (secondo una razionalità tutta da capire, naturalmente) di una serie di “sottofenomeni” dotati di un buon grado di identità e di autonomia funzionali (per esempio, la memoria non è la percezione visiva e può funzionare anche senza l’ausilio della vista). Usando le parole di Tart “uno stato di coscienza è un sistema funzionale di sottosistemi”. I “sottosistemi” sono ingredienti fissi del “sistema” e cioè sono sempre gli stessi in ogni stato di coscienza, ma in ognuno dei vari stati mutano i rapporti dinamici che li legano tra loro e muta l’importanza che un singolo sottosistema ha rispetto agli altri. Sempre come ti dicevo l’altra volta, per Tart, i sottosistemi più importanti sono una decina: l’esterocezione (e cioè la sensorialità proveniente dall’esterno, come vista, udito, olfatto eccetera), l’enterocezione (e cioè la sensorialità proveniente dall’interno, dai visceri, dai muscoli, dai tendini, dalle ossa e così via), la memoria (è cioè l’archivio delle informazioni sia elementari, tipo, che so, il concetto di liscio o ruvido incontrato per la prima volta nella vita, che delle informazioni complesse e cioè già interpretate in senso esperienziale, tipo, che so, il significato di una tigre), l’inconscio (Tart dice: “proprio quello freudiano”, alludendo all’azione all’interno del “sistema” di elementi non direttamente percepiti, e perciò “inconsci”, che hanno a che fare con l’emozionalità, la motivazione, gli istinti e così via), il senso di identità (un sottosistema estremamente importante perché è quello che da un senso a tutta l’esperienza biografica, ma che è anche una funzione neuropsicologica che permette, per esempio, di dividere il mondo in due parti: esterna e interna; un sottosistema che rivela un punto d’incrocio sottilissimo tra strutture neurofisiologiche e loro simbolizzazione semantica. Insomma è un sottosistema che meriterebbe una trattazione a parte), il senso di spazio/tempo, la capacità di valutazione/decisione (due sottosistemi che non richiedono spiegazioni particolari), l’output motorio/viscerale (il sottosistema che rivela Futilità biologica di uno stato di coscienza). Questi ingredienti, nei vari stati di coscienza, hanno un peso variabile e, di conseguenza un’influenza variabile sul risultato finale, sulla configurazione dell’intero sistema. Come ho accennato la volta scorsa, Tart dice che misurando quantitativamente il grado di attivazione di ogni sottosistema, ogni stato di coscienza potrebbe essere rappresentato su assi cartesiani. Per esempio, nel sogno, l’attività esterocettiva è praticamente nulla e perciò le si darebbe, sull’asse delle x, un valore prossimo allo zero, mentre in stato di veglia può raggiungere il 100 per cento di attività. Negli stessi due stati di coscienza, l’attività allucinatoria è al 100 per cento nel sogno, prossima allo zero in veglia. E così via si potrebbero costruire delle “mappe”, delle rappresentazioni grafiche di, ogni stato di coscienza e delle sue varianti. E’ naturalmente una proposta molto affascinante, che fa intravedere una specie di “trigonometria” della coscienza, che tuttavia, per quanto ne so io, non ha promosso un grande entusiasmo e un nuovo filone di ricerche. L’unico ricercatore che in qualche modo ha cercato di dare corpo alla proposta teorica di Tart è Ronald Pekala, che ha scritto diversi articoli e un libro sul modo di “misurare” la coscienza. E’ comunque un Autore che conosco poco e che non ha, per ora, prodotto un proprio “modello”.

Mario: E tu, te ne sei servito nelle tue ricerche?  
Marco: Non molto. Per varie ragioni, ma soprattutto perché io sono un neurofisiologo e uno psicofisiologo e Tart è invece uno psicologo, il che significa che lavoriamo a due livelli differenti, usando linguaggi e metodi sperimentali altrettanto differenti. Per sviluppare il modello di Tart bisognerebbe fare esperimenti di neuropsicologia e io non ne sono capace. Un’altra possibilità metodologica sarebbe quella dei questionali, una tecnica di studio a me altrettanto sconosciuta. Per esempio, per “misurare” la memoria nel sogno, non vedo altra possibilità che l’uso di questionali. In pratica, io mi occupo dell’hardware e Tart del software.

Mario: Quindi sei stato maggiormente guidato dal modello di Fischer, se non sbaglio.
Marco: Esatto. Roland Fischer posso proprio considerarlo un mio “maestro”. L’articolo fondamentale di Fischer mi fu segnalato da un amico americano nel 1972 o 73 che conosceva i miei interessi. Fu una folgorazione. E’ un modello che collega tra loro informazioni neurofisiologiche, farmacologiche, patologiche e neuropsicologiche e perciò più completo di quello di Tart. Fischer paragona il cervello a un computer: i sensi (o meglio i recettori sensoriali e cioè gli occhi, le orecchie, i corpuscoli di Pacini, le papille gustative e così via) sono come la tastiera che serve per immettere le informazioni nel sistema; la corteccia cerebrale è il microprocessore che elabora i dati; il corpo o le azioni che compie ad elaborazione avvenuta, sono i display periferici (il video, la stampante o qualunque ordigno comandato dal computer). In stato di veglia rilassata, il processore lavora a bassa velocità: c’è un ottimo equilibrio tra il volume di informazioni sensoriali che vengono immesse nel sistema e la possibilità che ha il processore di elaborarle. Ogni modificazione di questo equilibrio causa una modificazione dello stato di coscienza. Ovvero per cambiare lo stato di coscienza si può aumentare volontariamente il volume delle informazioni sensoriali (come, per esempio, mettendosi a ballare guidati da una musica violenta) oppure la velocità di elaborazione del processore (come avviene quando aumenta, per esempio, la pressione emozionale a riguardo di un determinato problema). Analogamente, si possono indurre cambiamenti dello stato di coscienza riducendo il volume delle informazioni immesse nel sistema o abbassando progressivamente la velocità del processore (come si fa utilizzando le tecniche di meditazione orientale). Ne deriva che le modificazioni dello stato di coscienza possono essere autoindotte volontariamente, così come possono verifìcarsi senza che noi l’abbiamo deciso. Le modificazioni dello stato di coscienza che possono derivare dall’aumento dell’input sensoriale e/o della velocità di elaborazione delle informazioni o dalle condizioni specularmente opposte, sono direttamente proporzionali all’intensità di questi elementi e alla durata alla quale il cervello vi è esposto (come dire che una danza al ritmo di potenti tamburi induce una trance solo dopo un ragionevole lasso di tempo e che la trance diventa sempre più profonda quanto più dura la danza). Ne deriva una sequenza progressiva di “momenti” che possono essere individuati come stati di coscienza più o meno autonomi, che sono legati tra loro in modo che non si può entrare nello stato successivo se non si è transitati nello stato precedente. E’ la cosiddetta regola del “continuum” degli stati di coscienza, una regola preziosa perché permette di disegnare una “mappa dello spazio interno” e perciò permette ad un ricercatore di sapere cosa deve aspettarsi in un dato momento e ad un entronauta dove si trova mentre naviga. In realtà le mappe sono due: quella del continuum eccitatorio (che Fischer chiama di “attivazione ergotrofica” o, anche, continuum “percezione/allucinazione”) e quella del continuum sedativo/inibitorio (chiamata del “continuum di attivazione trofotrofica” o, anche, continuum “percezione/meditazione”). Muovendo dallo stato di veglia rilassata, nel quale, come si diceva, l’input sensoriale è in equilibrio con la velocità del processore, si può entrare in uno stato che viene detto “della routine giornaliera” e che, palesemente, corrisponde allo stato in cui ci si trova al mattino quando si inizia a lavorare. Aumentando l’input sensoriale e/o la velocità di elaborazione dei dati, si entra in uno stato di “sensibilità”, che potrebbe essere descritto come uno stato nel quale si presta molta attenzione alle informazioni ma si ha poco tempo per elaborarle/interpretarle. Se l’attivazione procede, si transita in uno stato di “creatività” e cioè in una condizione nella quale la quantità di informazioni e la velocità di elaborazione sono tali da impedire un corretto confronto con “il modello interiore della realtà” e quindi le interpretazioni sono “creative” ovvero sempre più immaginarie che reali. La pressione sensoriale, infatti, comincia a diventare fastidiosa e ad indurre una chiusura difensiva e cioè ad una interiorizzazione della coscienza, nel tentativo di rallentare l’attività di elaborazione. Se ciò non è possibile e la pressione continua a salire, si entra in uno stato di “ansia” e poi in uno stato che Fischer ha infelicemente definito “di schizofrenia acuta”, nel quale il “computer/cervello” entra in confusione e non riesce a ricevere e analizzare correttamente l’input sensoriale. Allora si entra in “catatonia” e il processore si blocca. A questo punto l’operazione di difesa, e cioè la chiusura.

Mario: Se non sbaglio tu hai raccontato questa vicenda culturale in un articolo su Altrove.
Marco: Esatto. Anche io, per vari anni, non ho capito questo punto della mappa di Fischer, anche se vi ho dato poca importanza perché l’attendibilità fisiologica e psicofisiologica della cartografia di Fischer che ho personalmente sottoposto a verifica sperimentale, è impeccabile. Neanche quando ho scritto l’articolo per Altrove ho capito che se invece di scrivere “stato iperfrenico” si fosse scritto “stato di dissociazione janettiana” la mappa avrebbe riacquistato tutta la forza che aveva nel 1971, prima che le critiche la indebolissero.

Mario: Hai detto che la mappa di Fischer è più completa perché riunisce e collega tra loro dati che provengono dalla neurofisiologia, dalla psicofisiologia, dalla farmacologia e dalla psichiatria. Puoi spiegarlo meglio?
Marco: Prima di tutto i sistemi “ergotrofico” e “trofotrofico” corrispondono alle strutture nervose centrali dalle quali originano i sistemi simpatico e parasimpatico. Queste strutture, oltre che essere l’origine delle vie effettrici verso la periferia, funzionano anche come centraline di comando che regolano nel corpo l’attività degli organi innervati e regolati dal sistema simpatico. Ne deriva che se si paria di “attivazione ergotrofica” in periferia si devono vedere i segni di un’attivazione ortosimpatica (tipo tachicardia, aumento del tono muscolare, aumento della frequenza respiratoria, e così via). Quindi la descrizione neurovegetativa del continuum di attivazione è precisa e può essere verificata sperimentalmente così come si deve poter fare per il continuum di rilassamento/disattivazione. Tale verifica io l’ho fatta, per esempio, sull’estasi mistica. Fischer l’ha fatta per gli stati precedenti (non so fino a quale è arrivato) e, anzi, si potrebbe dire che ha costruito la mappa proprio in questo modo. Altri ricercatori, studiando la psicofisiologia degli stati di meditazione e il samadhi, hanno verificato l’esattezza del continuum meditazione/disattivazione. E’ anche vero che le modificazioni sono proporzionali al grado di attivazione, come se fossero dose-dipendenti. Così, per esempio, l’attività elettroencefalografica diventa sempre più desincronizzata e variabile tanto più ci si inoltra nel continuum eccitatorio (questi dati provengono da ricerche cliniche di altri autori, e poiché sono coerenti col modello, da una parte sono stati utili a Fischer per costruirlo, dall’altra conferiscono razionalità a una serie di dati frammentari che, presi singolarmente, avevano un significato parziale). Infine Fischer ha costruito direttamente, con esperimenti suoi, il continuum eccitatorio, usando la psilocibina e studiandone i suoi effetti sulla soglia per il gusto e la grafìa. La psilocibina, dunque, era la sostanza eccitatoria mediante la quale indurre chimicamente un aumento della velocità del processore e la valutazione della soglia per il gusto era l’indicatore psicofisiologico per dimostrare la progressiva modificazione della capacità di elaborare i dati sensoriali. Fischer faceva bere ai soggetti sperimentali delle soluzioni in concentrazione crescente di zucchero e quindi dolci oppure una serie crescente di soluzioni di chinino e quindi amare. In ogni stadio del viaggio sul continuum valutava a quale concentrazione i soggetti cominciavano ad avvertire il sapore dolce o amaro, dimostrando che mano a mano che aumenta l’attivazione occorre una soluzione più concentrata perché i soggetti ne possano identificare il sapore. Lo studio della grafia dimostrava un cambiamento del rapporto tra sensazioni e risposta motoria, nel senso che la grafìa tende a rimpicciolirsi sempre in modo direttamente proporzionale al grado di attivazione. Non credo che sia il caso di addentrarsi minuziosamente nei dettagli del modello, anche perché ho ricordi imprecisi sui test sperimentali che Fischer ha usato. Quel che conta è che era un modello ampio, accurato, verificabile e ricco di basi neurofisiologiche e psicofisiologiche che mi ha guidato per anni.

Mario: E adesso?
Marco: Adesso l’ho consumato. Per dire la verità, dopo averlo scritto e riscritto a livello divulgativo in una lunga serie di articoli, attualmente il doverlo esporre un’ulteriore volta mi dà un po’ di disgusto. L’ho superato perché ne ho scoperto i punti deboli e le carenze e perciò penso che oggi andrebbe corretto in più punti e completato in altri. Comunque, grazie ad esso, io mi sono avviato in un percorso di ricerca originale nel quale non ho più bisogno di mappe. In pratica, ho scoperto che l’indicatore psicofisiologico più importate per studiare gli stati modificati di coscienza è la risposta di orientamento, un indicatore che Fischer non ha nemmeno preso in considerazione e perciò ho smesso di studiare Fischer e mi sono dedicato alla risposta di orientamento.

Mario: Hai voglia di spiegare di cosa si tratta? Marco: Non oggi, perché il discorso è molto ampio e specialistico. Lo farò volentieri in un’altra occasione. Per oggi ti basti sapere che in estasi la risposta di orientamento scompare, confermando che il cervello è completamente isolato dalla realtà esterna, una circostanza che il modello ipotizzava ma che Fischer non poteva dimostrare.
Mario: Il modello di Fischer ha influenzato gli altri studiosi degli stati di coscienza? Marco: Si, e direi anche molto. Oltre a Ronald Pekala ne è stata influenzata per esempio Erika Bourguignon, un’antropologa/sociologa molto quotata, che ne parla lungamente in un libro sugli stati modificati di coscienza in ambito religioso. Devo dire che questa autrice, pur non avendo una cultura neurobiologica e psicologica specialistica, l’ha capita molto bene così come ha capito che può essere usata per interpretare gli stati modificati di coscienza che gli antropologi incontrano studiando i popoli, le loro pratiche religiose e le loro cultura. In Italia, considerando lo scarso interesse degli ambienti accademici per gli stati modificati di coscienza, se ne è interessato Riccardo Venturini, dell’Università di Roma, che fece fare una tesi di laurea sull’argomento e fece poi pubblicare il lavoro in un librettino che conteneva l’unica traduzione italiana della cartografia di Fischer nella quale mi sia imbattuto. Se ne è interessato Pietro Fumarola, dell’Università di Lecce che, come la Bourguignon, ha intuito che può essere un buon strumento di lavoro per gli antropologi. Se ne è interessato Emilio Tiberi, dell’Università di Verona, che studia i fenomeni NDE, ovvero gli stati di coscienza in prossimità della morte.
Mario: Hai dimenticato Lapassade?   Marco: No, non l’ho dimenticato. In realtà George non ha, nei confronti degli stati modificati di coscienza, un approccio neurobiologico. Ce l’ha piuttosto etnologico/antropologico/psicologico e perciò è più vicino a Tart che a Fischer. Di fatto, lo stato che più lo interessa è la transe (non trance, all’inglese, ma “transe”, alla latina, da “transire”, passare oltre) e a questo proposito ha lavorato in una direzione molto fertile. E’ lui che mi ha invitato ad approfondire più che potevo il concetto di dissociazione di Janet, dimostrandomi in più occasioni quanto fosse importante e in che modo permettesse di interpretare la fenomenologia antropologica della trance. Proprio grazie a questo inquadramento si può superare la mappa di Fischer, completandone i grossi spazi vuoti (la trance si colloca alla fine dei due continua, potendo essere sia un’estasi che un samadhi. La trance comincia nello “stato schizofrenico acuto” oppure all’apice della dissociazione depressiva che caratterizzerebbe il versante meditazione/disattivazione e si sviluppa nei gradini successivi approfondendosi fino a diventare un’esperienza estatica o samadhica.


Mario:  Quindi esiste un “modello di Lapassade”?
Marco: No. Georges non ha ancora formalizzato le sue intuizioni in un vero e proprio modello, anche se potrebbe tentare di farlo.

Mario: Ci sono altri modelli degli stati di coscienza che potrebbero indurre un avanzamento delle conoscenze in questo campo?
Marco: Beh, c’è il modello dello stato di sogno di Hobson e McCarley che meriterebbe una certa attenzione. E poi c’è l’interpretazione della coscienza del tantrismo tibetano, la “dottrina della chiara luce” che per me è il “modello” più straordinario nel quale mi sia imbattuto. Ma di questi dovrò parlarti in un’altra occasione.

Mario: Va bene: l’ipnosi, la trance, il sogno, la risposta di orientamento e la dottrina della chiara luce alle prossime puntate allora! Grazie.

Mario: In precedenza hai continuato ad alludere all’ipnosi, all’importanza dell’ipnosi per capire la struttura della coscienza e di varie sue modificazioni. Vogliamo ricominciare da qui?
Marco: Sì, con piacere. Ho spesso definito la trance ipnotica “la mamma” di tutti gli stati modificati della coscienza prima di tutto perché è una modificazione della coscienza che può essere indotta facilmente e perché è facilmente accessibile anche da soli e, quindi, è uno stato assolutamente naturale. In secondo luogo, perché la sua essenza sembra consistere in una inversione della dominanza emisferica (il termine psicologico che definisce meglio questa condizione, come dirò meglio tra poco, è “dissociazione”) e cioè in un cambiamento del software mentale, ovvero in un cambiamento del modo di funzionare della mente invece che del cervello. Il sonno e il sogno, infatti, avvengono solo se cambia la neurofisiologia e cioè se i centri nervosi che attivano questi due stati entrano in funzione e, contemporaneamente quelli che mantenevano lo stato di veglia si mettono a riposo. Nell’ipnosi, invece, non sono necessari questi complessi cambiamenti, basta agire su alcune componenti dell’attività mentale e si ottiene lo stato di trance.

Mario: Aspetta, aspetta. Non correre. Che significa “una dissociazione assolutamente naturale”?
Marco: Effettivamente “dissociazione” è un termine pericoloso e minaccioso. In realtà, nel significato originario che gli aveva dato il primo studioso che l’ha usato, Pierre Janet (un grande ipnotista e studioso della coscienza) alludeva a una condizione semplice e naturale che conosciamo tutti e che sperimentiamo continuamente nel corso della giornata: la possibilità/capacità che ha la nostra mente di fare contemporaneamente due cose. Per esempio, quando guidiamo l’automobile e contemporaneamente conversiamo con il passeggero che ci sta di fianco, la nostra mente è “dissociata” in due parti, l’una che compie automaticamente i gesti della guida e controlla la marcia del veicolo nel traffico, l’altra che segue tranquillamente la conversazione. Quando stiamo camminando verso una qualunque meta, possiamo contemporaneamente leggere un libro o pensare intensamente ad una cosa qualunque: il “pilota automatico” ci porta in relativa autonomia là dove dovevamo andare senza richiedere un controllo minuzioso dei movimenti della marcia e la correttezza del percorso. Quando parliamo al telefono e contemporaneamente tracciamo dei ghirigori su un foglio di carta, infine, la nostra mente è, di nuovo, dissociata in due parti che fanno due cose differenti. Si tratta dunque di una condizione perfettamente naturale che è, anche, l’antefatto della trance. Basta, infatti, sviluppare e intensificare questa condizione per entrare in uno stato modificato dì coscienza che viene definito trance.

Mario: Ho capito. Sembra che tu stia descrivendo una struttura della mente composta di due parti e che nelle condizioni che hai descritto, queste due parti si dividano dei compiti e si mettano a lavorare indipendentemente una dall’altra. Questo, però, presuppone che abitualmente le due parti collaborino o, quanto meno, possano interessarsi contemporaneamente di una stessa cosa. O, addirittura, che una delle due parti si accolli tutto il lavoro e l’altra se ne stia tranquilla a riposo.
Marco: Esattamente. È un modo come un altro per descrivere la naturale consapevolezza che tutti noi abbiamo della struttura duale della nostra mente. Il dottor Jeckyll e mister Hyde. La mente conscia e la mente inconscia. L’Io e il Sé. E così via. Le due parti possono rapportarsi in tutte le condizioni che hai ipotizzato. Quella più abituale è proprio l’ultima, la situazione nella quale una (la parte razionale, il dottor Jeckyll) si accolla tutto il controllo della realtà e ricorre alle “opinioni” dell’altra parte (mister Hyde) solo in modesta misura. Ci sono buone ragioni per pensare che la parte razionale corrisponda al pensiero dell’emisfero sinistro e l’altra a quello dell’emisfero destro o, quantomeno che questa sia la base neuropsicologica della dualità della mente. Questa opinione è nata dallo studio delle persone nelle quali i due emisferi cerebrali erano stati separati chirurgicamente. In questi soggetti è stato dimostrato che le due metà del cervello pensano in modo diverso l’una dall’altra, che hanno due differenti modi di elaborare le informazioni, due contenuti di memoria specializzati in modo differente e, addirittura, che hanno due diverse personalità. Credo che non occorra diffondersi a lungo su questa scoperta perché è stata oggetto di un’intensa divulgazione. Sta di fatto che nelle condizioni di coscienza ordinaria dello stato di veglia è l’emisfero sinistro che controlla la realtà (sarebbe meglio dire che interpreta la realtà), tanto è vero che i pazienti commissurotomizzati, quelli nei quali sono stati separati chirurgicamente i due emisferi, sembrano persone del tutto normali e solo con test molto raffinati si riesce a dimostrare l’esistenza di due menti parallele. Il predominio funzionale della metà sinistra del cervello viene chiamato “dominanza emisferica”.

Mario: Quindi la dissociazione fìsiologica che descrivevi prima corrisponde a una situazione nella quale un emisfero si incarica di fare una cosa e l’altro può farne un’altra, in una forma di tacita collaborazione.
Marco: Esattamente. Nelle condizioni di modesta dissociazione che ho esemplificato ci si accorge chiaramente che vengono fatte due cose contemporaneamente, ma la collaborazione tra i due emisferi è continua. Come in una partita a ping pong le informazioni passano da destra a sinistra in modo che si utilizzino continuamente le abilità interpretative dei due emisferi. È quindi una collaborazione molto vivace, anche se poi il tiranno di sinistra interpreta, decide e agisce senza tenere troppo conto delle opinioni del suo fratello di destra.

Mario: C’è una condizione della coscienza nella quale la dominanza si inverte?
Marco: Certo: è il sogno, il sonno REM che però, come ti ho detto, corrisponde anche a un cambiamento della neurofisiologia cerebrale. In questa condizione il tiranno di sinistra viene messo a tacere di forza e non può fare altro che farsi invadere dalle fantasie, dai pensieri e dalle interpretazioni del gemello destro. Al risveglio, come suole fare, ricordando ciò che ha vissuto, lo interpreterà come un’irrealtà, un sogno e ne terrà poco conto. In un certo senso, mi piace pensare che durante la notte il cervello destro “prenda in giro” il dottor Jeckyll mandandogli delle informazioni assurde, paradossali e del tutto incoerenti con il suo modello di realtà, quasi come se volesse intaccare la sua ferrea razionalità, la sua ottusa rigidità e invitarlo a giocare al “come se”.
Mario: Il fatto che per invertire la dominanza siano necessari dei cambiamenti nella neurofisiologia del cervello mi fa pensare che le due parti siano destinate a vivere molto più separate di quanto con la descrizione della dissociazione di Janet mi facevi immaginare. È così?
Marco: No. Oggi si pensa che la trance sia un’inversione di dominanza che può verificarsi senza cambiamenti della neurofisiologia. E quando dico trance non parlo solo di quella ipnotica, ma di tutte le condizioni della coscienza che meritano questo nome. È per questo che ho detto che l’ipnosi è la madre di tutte le modificazioni della coscienza.

Mario: Va bene. Ma allora cosa succede? Il sinistro smette di tiranneggiare e il destro può elaborare a suo modo le informazioni. E allora?
Marco: È proprio qui la magia: quelle che vengono elaborate nel sogno sono informazioni allucinatorie perché il cervello nel sonno è isolato dalla realtà. Quando il cervello si sveglia, è l’emisfero sinistro che “prende in giro” il destro, come se volesse fargli notare che la realtà era altrove e che lui si era comportato come al solito, da sognatore. Nel cambiamento di dominanza senza modificazioni della neurofisiologia sono le informazioni della realtà “reale” che vengono proposte al cervello destro per un’interpretazione alternativa a quella che fornirebbe la razionalità.

Mario: Che tipo di elaborazione?
Marco: Ma, per esempio, su base emozionale. Però non vorrei sviluppare troppo questo aspetto della trance che comunque è ovviamente molto interessante. Preferirei continuare a valutare l’importanza della struttura duale della mente per “capire” un po’ meglio la struttura della coscienza e il significato dei suoi stati modificati. Per esempio, tu prima mi hai chiesto se esistono condizioni nelle quali si ha un’inversione di dominanza senza bisogno che cambi la neurofisiologia e io ti ho risposto che, in condizioni di veglia ciò corrisponde alla condizione della trance. Adesso io ti chiedo di immaginare l’inverso e cioè che in condizioni di neurofisiologia modificata, nel sogno per l’esattezza, sia possibile che il cervello sinistro possa partecipare all’elaborazione delle avventure allucinatorie che sta fabbricando il cervello destro. Ebbene, questa condizione è possibile e si chiama “sogno lucido”. È una condizione della coscienza molto importante. Può verificarsi spontaneamente, anche se è rara. Voglio dire che ci sono persone che si accorgono, mentre sognano, che stanno sognando. Nella maggioranza dei casi, questi fortunati liquidano l’esperienza concludendo che hanno sognato che stavano sognando (il benedetto emisfero sinistro ha colpito ancora!) e non sanno invece che se sviluppassero questa capacità potrebbero andare incontro a un’evoluzione psicologica e spirituale che potrebbe cambiare la loro vita. Gli orientali, e precisamente i tibetani, hanno elaborato un tipo di yoga, detto lo yoga del sogno, che serve proprio per sviluppare il sogno lucido e ritengono questa pratica la chiave fondamentale per raggiungere la consapevolezza esperienziale (e cioè provata su se stessi e non letta in un libro) della struttura della nostra mente/coscienza. Nella psicologia occidentale (accademica) la possibilità del sogno lucido era schizzinosamente negata fino a un paio di decenni or sono. Si riteneva, appunto, che sognare lucido corrispondesse a sognare di stare sognando e che, quindi, non fosse possibile conservare accesa la coscienza della veglia durante il sogno. Poi la genialità di un sognatore lucido spontaneo, Stephen La Berge, è riuscita a far accettare la realtà fenomenologica del sognare lucido anche alla psicologia sperimentale. Il fatto è che un sognatore lucido può dirigere i propri sogni a volontà: può interromperli, cambiarli, sceglierli, può decidere se parteciparvi attivamente, come protagonista, oppure assistervi passivamente come un semplice spettatore. Trasforma il proprio emisfero destro in una bellissima sala cinematografica e utilizza la mente del suo gemello sognatore per giocare a sua volta al “come se”.

Mario: Stando così le cose, mi viene di pensare che il meccanismo della dominanza sia un elemento molto importante per quanto riguarda la struttura della coscienza. Ma in cosa consiste esattamente?
Marco: Non si sa. Tutto ciò che abbiamo detto finora dimostra solo che esiste e che è graduato/graduabile ma che non si riesce a capire in cosa consista esattamente. Come si è visto, in alcune condizioni la sua potenza è completa, in altre lo è meno. Come una porta che può essere serrata o semiaperta. Forse sarebbe meglio dire un cancello, perché anche quando questo è completamente chiuso, qualcosa riesce a filtrare da una parte all’altra. Ne è un esempio il ben noto fenomeno delle puerpere: in tutti i manuali sul sonno viene citato il fatto che le madri che hanno appena partorito possono dormire un sonno molto profondo senza essere svegliate da rumori anche molto intensi ma che si svegliano di colpo al minimo vagito del loro fìglioletto. Come se una parte della coscienza fosse sempre in contatto con la realtà. Ci sono prove, anche se per il momento sono difficili da accettare, che perfino durante la narcosi chirurgica una parte del cervello resta in contatto con la realtà e successivamente, in ipnosi, possa ricordare tutti i dettagli dell’intervento che hanno subito. La stessa cosa è segnalata nell’estasi. In questa condizione, malgrado il cervello sia completamente insensibile e cioè non accolga gli stimoli ambientali, come se fosse completamente cieco, sordo, privo del tatto o della sensibilità al dolore, se una persona dotata di una sufficiente autorità spirituale, come per esempio il confessore, chiede all’estatico di tornare in sé, l’estasi cessa di colpo. Un’altra condizione nella quale la dominanza si indebolisce è lo stato ipnagogico, e cioè il periodo di transizione dalla veglia al sonno. In quei magici momenti, avviene il passaggio delle consegne dal sinistro al destro e mentre il sinistro comincia a non prestare più attenzione alla realtà esterna, il destro comincia a fabbricare sogni, così che si hanno delle esperienze allucinatorie.

Mario: Insomma è come se nella nostra mente ci sia una sentinella sempre sul chi vive!
Marco: Proprio così: è stata chiamata “l’osservatore nascosto”, “il testimone” o anche “l’interprete”. La più convincente e anche più impressionante dimostrazione della sua esistenza l’ha data Ernst Hilgard, un altro grande studioso dell’ipnosi. Un giorno, costui, dovendo dimostrare ad un gruppo di studenti la fenomenologia dell’ipnosi, indusse la sordità ipnotica (si può fare, per esempio, dicendo al soggetto in trance profonda: “Adesso conterò fino a tre e quando dirò tre non udrai più alcun suono, voce o rumore”) a un soggetto cieco dalla nascita (il soggetto che faceva parte del gruppo degli studenti che assistevano alla lezione era altamente suscettibile all’ipnosi ed era una “cavia” ideale per l’esperimento perché la sua cecità eliminava la possibilità che fingesse di non udire vedendo ciò che più avanti i compagni avrebbero fatto intorno a lui). Una volta stabilita la sordità (compresa la possibilità di udire anche la voce dell’ipnotizzatore, con un comando separato, “Quando ti toccherò una spalla”), infatti, vennero sbattuti con violenza, vicino ad un orecchio dell’ipnotizzato, dei ciocchi di legno senza che questi mostrasse la benché minima reazione. A questo punto uno studente chiese ad Hilgard se fosse possibile, comunque, che “una parte” della mente dell’ipnotizzato avesse avvertito i rumori. Allora Hilgard interrogò l’ipnotizzato dicendogli: “Tu sai che ci sono delle parti del tuo sistema nervoso che funzionano al di fuori della tua volontà. Per esempio quelle che comandano la respirazione o la circolazione del tuo sangue. Ora, anche se tu sei temporaneamente sordo, può darsi che una parte della tua mente mi stia udendo e che abbia registrato il rumore che abbiamo fatto vicino al tuo orecchio. Se ciò è avvenuto, per favore, solleva il dito indice della mano destra per confermarmelo”. Con sorpresa generale dei presenti, l’ipnotizzato sollevò il dito, ma contemporaneamente disse: “Per favore, professore, mi ridia l’udito così che mi spieghi cosa sta succedendo. Poco fa ho sentito il mio dito indice della mano destra sollevarsi da solo e vorrei sapere perché è successo”. Allora Hilgard toccò la spalla del soggetto e chiese: “Puoi sentire la mia voce adesso?”. “SÌ” rispose l’ipnotizzato “e vorrei sapere cosa è successo”. “Prima dimmi tu cosa ricordi” ribatté Hilgard. “Mi ricordo che lei mi ha detto che quando avrebbe contato fino a tre sarei diventato sordo e che quando mi avrebbe messo una mano sulla spalla sarei tornato ad udire normalmente. Dopo di che ha contato e tutto è diventato silenzioso e calmo. Poiché mi annoiavo un po’ a stare qui seduto nel silenzio mi sono messo a pensare all’esame di statistica che dovrò fare tra qualche giorno. A un certo punto ho sentito il mio dito che si alzava e le ho chiesto cosa stava succedendo”. Allora Hilgard continuò: “Bene, adesso quando metterò una mano su un tuo avambraccio, entrerò in contatto con quella parte della tua mente che udiva la mia voce malgrado tu fossi sordo. Però quella parte della tua mente, alla quale mi sto rivolgendo già adesso, non saprà ciò che tu mi dirai e neppure che tu mi hai parlato finché, dopo l’ipnosi, io non le dirò che potrà ricordare tutto. Bene, adesso ti tocco l’avambraccio”. Dopo averlo fatto, Hilgard continuò: “Adesso ti ricordi quel che è successo mentre eri sordo?” “Sì, mi ricordo che dopo che lei ha contato fino a tre e mi ha toccato la spalla per farmi perdere l’udito avete sbattuto dei ciocchi di legno vicino alle mie orecchie. Poi ricordo che uno dei miei compagni ha chiesto se non potesse essere possibile che una parte della mia mente, in realtà, udisse e mi ricordo che lei mi ha detto che se la stavo udendo avrei dovuto confermarlo alzando un dito”. Allora Hilgard ritoccò l’avambraccio del soggetto riportandolo allo stato di trance originario e chiese ancora: “Per favore raccontami cosa è successo negli ultimi due minuti”. “Lei mi ha detto che quando mi avrebbe toccato l’avambraccio una parte della mia mente le avrebbe parlato. L’ho fatto?” Hilgard rispose di sì e gli ripeté che quando l’avrebbe riportato allo stato di coscienza ordinaria si sarebbe ricordato tutto. Poi lo svegliò e gli disse: “Adesso puoi ricordare tutto” e il soggetto, in effetti, ebbe ricordo cosciente di ogni passo dell’esperimento. Credo che non ci sia bisogno di commentare questa brillante dimostrazione: non solo la dualità della mente emerge con grande chiarezza, ma sono altrettanto palesi la destrutturazione della dominanza e l’attività dell’osservatore nascosto. Anzi, è proprio con questo esperimento fortuito che Hilgard ha scoperto questa “entità sentinella” e che l’ha chiamata “hidden observer”.

Mario: Quindi l’osservatore nascosto sarebbe la vera coscienza?
Marco: Credo proprio di sì: una scintilla di consapevolezza che non si spegne ne in ipnosi, né in estasi, né in narcosi né, mi piace pensare, in prossimità della morte, come sembra succedere durante la NDE e, forse neppure nel coma. I tibetani la chiamano “la chiara luce”.

Mario: Allora è per questo che da anni vai dicendo e scrivendo che le sostanze psicoattive non potranno mai dare una vera estasi.
Marco: Esatto. Qualunque esperienza tu possa fare durante un viaggio, avrai sempre la consapevolezza che sei sotto effetto di una sostanza chimica. Potrai intravedere o avere la sensazione che una divinità sia lì vicino ma ti rimarrà sempre il dubbio che non fosse che un’illusione chimica. So che molti non la pensano così e che giudicano questo punto di vista un puritanesimo moralista, ma io penso che c’è una bella differenza tra mangiare una mela e avere l’allucinazione di mangiarla!

Mario: Ne parleremo un’altra volta. Grazie!