Frontiere PsicoTerapeutiche 2021: nuovi orizzonti per l’Italia

Il 29 e 30 maggio scorso si è svolto il primo incontro interamente dedicato alle terapie assistite con psichedelici o tecniche psichedelico-simili. Gli incoraggianti risultati di due importanti trial clinici condotti dall’Imperial College di Londra e dalla non-profit statunitense MAPS, la crescita esponenziale del dibattito e il crescente interesse economico sul tema psichedelico (nel 2021 Mindmed, azienda di biotech e psichedelici, ha ricevuto 240 milioni di dollari per promuovere ricerche e sintesi di sostanze psichedeliche) e altri segnali dal variegato fronte psichedelico globale hanno portato il circuito di Psy*Co*Re a decidere che “i tempi sono maturi” per ampliare il discorso e l’approccio generale anche nella penisola.

O quanto meno per affrontare seriamente la domanda-chiave: ci si sta muovendo verso la maturità psichedelica in Italia? Da qui il workshop-convegno in oggetto, di cui proponiamo una breve sintesi commentata.

Si è partiti dalla proficua condivisione di propositi fra giovani psichiatri e psicoterapeuti (per esempio Rossana Garofalo, Pier Laurenzi, Federico Seragnoli) e quella di specialisti affermati come Leonardo Montecchi e Riccardo Zerbetto. A convincere ed unire infatti non sono soltanto le statistiche e i dati delle ricerche estere, ma anche le testimonianze di pazienti italiani che, attraverso l’esperienza diretta di efficacia della cura, hanno permesso al prof. Gilberto di Petta, psichiatra fenomenologo, di ricredersi rispetto alle sostanze psichedeliche: alcune di esse possono essere strumenti di salvezza.

Nel caso specifico portato dal prof. Di Petta, la sostanza in questione è la ketamina, già impiegata in anestesia e di cui è permesso l’uso nella terapia della depressione maggiore resistente ai trattamenti classici con inibitori della serotonina (SSRI). Tuttavia, ad oggi la responsabilità dell’utilizzo di questo farmaco off-label (non previsto dai manuali ufficiali) pesa sulla decisione del singolo psichiatra, che di conseguenza si trova orientato verso la variante S-Ketamina, per cui esistono invece ricerche specifiche che ne consentono l’uso on-label (per approfondire l’uso della ketamina in terapia vedi questo articolo di Gianluca Toro).

Il dott. Alessio Faggioli, psicoterapeuta nella clinica PsyOn di Praga, a cui viene offerta terapia assistita con la ketamina, ha fatto notare che la prescrizione della più economica (e più efficace) ketamina potrebbe passare in secondo piano a causa degli interessi economici che sostengono la sperimentazione e l’adozione della costosa S-Ketamina.


Un ulteriore aspetto a cui è bene dare risalto è l’aspetto fondamentalmente relazionale della terapia assistita con ketamina (con psichedelici in generale), che richiede una sperimentazione in prima persona di queste sostanze da parte dei professionisti della cura e una conoscenza teorica e pratica in grado di informare circa le questioni essenziali, ad esempio l’importanza del setting, del set, e dell’integrazione dell’esperienza.

È poi emersa la necessità dell’introduzione di queste sostanze nell’ambito tanato-terapico, quindi nell’accompagnamento alla morte. Un bisogno espresso dalle testimonianze di Giovanna Marchiaro e Paola Vivalda, medici specializzati in anestesiologia e cure palliative, che amaramente hanno sottolineato come quest’ambito in Italia necessiti di una radicale innovazione, forse rappresentata dalle eccezionali potenzialità delle terapie assistite con psichedelici presentate da Tania Re.

Composti quali l’ayahuasca o la psilocibina in grado di avvicinare i pazienti a questioni esistenziali e spirituali nei contesti di cura, sono stati approfonditi come possibili evoluzioni di cura da Francesco Gottardo, psicologo. Si è sottolineato come tale cambiamento abbia bisogno di studi randomizzati, trial clinici e ricerche utili a presentare come alternativa accettabile dalle istituzioni. Nonostante la scarsa attività di ricerca psichedelica in Italia, le eccezioni presentate in questo evento partono dagli studi pre-clinici di Danilo De Gregorio, un segnale su tempi maturi che iniziano a dare frutti anche nel nostro paese.

Se le ricerche quantitative restano fondamentali per rapportarsi con istituzioni quali università, ospedali e personalità politiche, ugualmente importante è la produzione di saperi necessari alla preparazione di nuovi terapeuti ed alla produzione di informazioni di qualità per i più bisognosi di queste terapie. Difatti, se i concetti di set, setting, intenzione e integrazione sono alla base della formazione di uno specialista nel campo, mancano di sicuro in quei contesti che presto includeranno queste sostanze nei loro paradigmi di cura.

A questo proposito sono state presentate alcune delle formazioni attualmente disponibili per chi volesse specializzarsi ed ottenere una certificazione in qualità di “terapeuta psichedelico”. Una scuola di pensiero è stata presentata da Max Wolff, fra i coordinatori del corso triennale APT (Augmented Psychotherapy Training) proposto dalla MIND Foundation. Wolff si è soffermato sullo sviluppo del questionario Acceptance/Avoidance-Promoting Experiences Questionnaire (APEQ), uno strumento che mira ad approfondire il volto duplice degli effetti di un’esperienza psichedelica: accettare catarticamente emozioni/ricordi/vissuti o al contrario produrre nuovi traumi ed una condotta evitante. Wolff ha insomma rappresentato un approccio alla terapia assistita con psichedelici, evidenziando non solo le positività ma anche i fattori sconosciuti, i “lati oscuri”, che necessitano di ricerche approfondite evidenced based (basata quindi su evidenze statistiche).

L’approccio adottato da Max Wolff e da molti altri terapeuti e ricercatori contemporanei si associa alla così dette “terapie cognitive di terza generazione”, distanziandosi forse dalla scuola di pensiero caratterizzante i terapeuti psichedelici attivi nella seconda metà del secolo scorso: la psicologia transpersonale (per cui non sono mancati rappresentanti illustri come Pierluigi Lattuada, direttore della scuola di psicoterapia bio-trans-energetica, e Regina Hess, anch’essa docente nella formazione APT). Questi diversi orientamenti, punti di visti e metodologie sembrano integrarsi nelle diverse formazioni, comprese quelle proposte dalla MAPS (MDMA Therapy Training Program, presentato da Federico Menapace) e dal California Institute of Integral Studies (Certificate Program in Psychedelic-Assisted Therapies and Research, presentato da Sonia Troiani).

Queste tre proposte formative si sono sviluppate in collaborazione fra loro, ognuna con le proprie peculiarità ed una caratteristica fondamentale in comune: l’attenzione per l’esperienza vissuta in prima persona. Infatti tutte le proposte prevedono dei workshop pratici di Respiro Olotropico, riconoscendone il valore nel contesto delle terapie assistite da psichedelici. A questa pratica in Italia ci si può formare attraverso l’offerta del Grof Legacy Training, di cui ha discusso la psicoterapeuta Claudia Panico, soffermandosi sulle potenzialità del lavoro Olotropico nell’appoggiare ed approfondire la terapia assistita da psichedelici. È poi emerso come anche le pratiche di breathwork derivate dal respiro Olotropico stiano gradualmente ispirando ricerche sperimentaili, senza restare escluse dalla spinta innovatrice che anima l’ambiente psichedelico.

Questo cambiamento vuole essere diretto al superamento di una tirannia “apollinea” (termine usato da Ruth Benedict e citato da Riccardo Zerbetto) dello scientismo iper-controllante, terrorizzato dalle possibilità catartiche ed espressive che caratterizzarono per millenni le terapie della psiche (un paradigma che deve ora scontrarsi con l’inefficacia delle attuali terapie per il disturbo post-traumatico da stress, la depressione e l’ansia de fine vita). Tale superamento implica però un’integrazione, nel senso che può avvenire non solamente all’esterno delle istituzioni ma attraverso la volontà, unita da un minimo accordo, di specialisti, pazienti, attivisti e politici. Pur sempre nella consapevolezza che una medicalizzazione spersonalizzante non potrà mai essere vettore di un cambiamento psichedelico dei contesti di cura.

La ricchezza degli interventi si è poi articolata nel tentativo di una sintesi operativa e proattiva. Infatti il gruppo riunitosi sembra costituire un movimento potenziale per l’introduzione di psichedelici nei contesti di cura. Avverrà questo cambiamento nell’alveo di un nuovo umanesimo che sappia integrare le tradizioni perdute dello sciamanesimo occidentale con l’innovazione ed il bisogno di fondi economici con l’assenza di speculazione distruttiva? Il termine dei lavori ha mantenuto aperto il dibattito ma chiuso con soddisfazione l’evento, in cui ognuno dei partecipanti (in presenza o davanti ad uno schermo) ha potuto riconoscersi negli occhi degli altri in un caleidoscopico scambio d’intenti.

Il workshop-convegno si è concluso con una spinta a creare e mantenere la preziosa rete di persone coinvolte e interessate alla tematica in Italia, con gli ovvi agganci internazionali. L’obiettivo comune è quello di portare avanti con professionalità e serietà il discorso di apertura e di esplorazione di questi nuove frontiere, la cui promessa è un aumento del benessere complessivo della popolazione, oltre che una maggiore conoscenza e comprensione delle incredibili opportunità offerte da queste sostanze e tecniche – opportunità che spetta a noi tutti cogliere lungo il percorso verso la “maturità psichedelica” in senso lato.